Mostra d'arte 

Carlo Schiavon 

Sabato 4 febbraio 2023 ore 18:00

Mostra d'arte 

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Sulla mostra

Barco Teatro arricchisce la sua nuova stagione di concerti e spettacoli con una mostra dedicata all’artista Carlo Schiavon, scultore e pittore, ideatore ed esecutore di oggetti scenici per registi quali Giorgio Strehler e Liliana Cavani, protagonista da oltre cinquant’anni di un percorso artistico connotato da una rara originalità, scandito dalla creazione di forme e immagini riconducibili alla figurazione, alla geometria, all’astrazione e all’allusione iconica.

La mostra sarà introdotta da Nicola Galvan e Alessia Castellani in presenza dell’autore, e rimarrà visibile esclusivamente durante gli appuntamenti della stagione.

Sul lavoro dell'artista
di Alessia Castellani

Le opere di Carlo Schiavon sono caratterizzate dallo stesso riserbo del loro autore. A dispetto della potente presenza del segno, delle dimensioni e della forza attrattiva del colore, è come se mantenessero un fondo segreto, nascosto. Nella dialettica di coppie duali su cui si fonda la sua iconografia - tra luce e ombra, dentro e fuori, pesante e leggero, solo per citarne alcune – una appare particolarmente pregnante: quella tra il detto e il non detto, decisamente risolta a favore dell'evocazione e non del racconto.
C'è in queste immagini un tratto di inafferrabilità, qualcosa che sfugge costantemente allo sguardo e che le rende impalpabili, quasi si astenessero dall'assumere compiutamente una forma; e del resto, come sostiene Didi-Hubermann, “è nella segretezza e nel mistero la sola condizione indispensabile perché sopravviva un minimo di verità (…). È più importante nascondere che mostrare”.
È come se l’autore ci dicesse che c'è sempre qualcosa che resta indicibile, irrappresentabile, che sfugge alle maglie della codificazione e del linguaggio, e che appartiene definitivamente all'iconografia dell'invisibile con cui il nostro artista è fortemente coinvolto.
Del resto la linea spirituale dell'arte, cui Carlo a pieno titolo appartiene, lavora fondamentalmente sul vuoto, inteso non come assenza o privazione, quanto piuttosto come spazio della possibilità e della potenzialità ancora inespressa […].         

Allo stesso modo, tanti quadri e sculture sono disseminati di coppe e di calici, spazi vuoti potenzialmente colmabili e al contempo evocativi di una spiritualità intima e profonda. 
Ma il tema di fondo più potente, quello che mi è apparso con maggiore evidenza fin dall'inizio, è quello del limen, della soglia: le opere degli ultimi 15 anni, realizzate indicativamente tra il 2005 e il 2018, mi sembrano particolarmente rappresentative di questo concetto. In esse ricorre, come in una sorta di variazione sul tema, la medesima struttura compositiva, basata su un forte, cupo affondo prospettico, al termine del quale affiora la luce (cat. 31-33, 35).
Il tema della soglia, peraltro, è evocato dai titoli stessi, come nello splendido “Porta senza porta” del 2009, nel pendant costituito da “Osservare” e “Non solo nero” (cat.nn. 49 e 50) del 2018, fino all'uomo che arriva a configurarsi esso stesso come soglia e come varco (“Si accosta alla soglia”, n. 26 1990-2003). 
Anche la lunga serie di autoritratti realizzata da Carlo può essere letta come un insieme di immagini liminari. La loro visione complessiva ci restituisce una sensazione di impermanenza, di immagini in bilico: il volto è sul punto di affiorare ma anche di essere definitivamente risucchiato dal fondo, e in tale sottile equilibrismo non arriva mai a manifestare veramente se stesso.
Questa impossibilità del volto di giungere a compimento colloca Carlo lungo un percorso collettivo in cui, a partire dal XX secolo, l'identità si configura come un compito e non come un destino, per cui ritrarsi diventa “sempre più un atto di proiezione, un progetto di se stesso”[1], piuttosto che una definizione realistica e compiuta di sé.  La stessa modernità, secondo Jean Clair, sfugge alla compiutezza per presentarsi piuttosto come un progetto interminabile[2] che,  nel nostro caso, sembra tradursi in alcuni interrogativi portanti: quanto tempo richiede il percorso di conoscenza di noi stessi? Quando un uomo può dirsi definitivamente “risolto”, ammesso che ciò sia possibile? È così che per Carlo l'autoritratto diventa il luogo di un'assenza dolorosa, assestandosi definitivamente lungo il versante più scomodo - quello della domanda - invece che su quello più confortevole della risposta.
Particolarmente indicativa, in questo senso, è la scultura in legno dal titolo “Osservare”, in cui lo spazio del volto è occupato da uno specchio che rimanda all'osservatore l'immagine di se stesso; un rebus astuto e micidiale, in cui la ricerca di identità ripiega su se stessa e in un certo senso capitola.
Il punto di partenza imprescindibile di questa complessa ricerca identitaria risiede in un'opera capitale di Carlo, e cioè la scultura in legno “Personale-Transpersonale- Incontro notturno” del 1970 (cat. n. 3), in cui l'artista rappresenta sé stesso attraverso un'immagine di privazione, seduto e senza le gambe, incapace di reggersi in piedi e sovrastato da un'incombente figura eretta: una dichiarazione di impotenza, “la prima e la più drammatica”, secondo le parole dell'autore.

Ma forse il vero problema è un problema di fondo, che va ricercato nella modalità stessa dell'autoritratto. Con esso, infatti, si tenta “di definire la propria identità mediante la raffigurazione del proprio aspetto esterno e di arrivare a congiungere la superficie al profondo, il visibile al mondo invisibile”[3].
Questa dialettica tra dentro e fuori, variazione sul tema della luce e del buio, si esprime con chiarezza in due opere del 1995, dal titolo “Osservare il fondo” (cat. 18) e  “Ridestarsi” (cat. 29), che sembrano suggerire due opposti percorsi dello sguardo. Uno è di tipo immersivo, efficacemente rappresentato dal volto a filo d'acqua, pronto a immergersi nelle profondità più nascoste dell'io; l'altro è di tipo emersivo, con il volto e gli occhi significativamente rivolti verso l'alto, pronti a rialzarsi dopo il passaggio nell'oscurità.
Del resto, questo lungo dibattersi tra la luce e l'ombra ha origini lontane e possiamo coglierlo in un'opera del 1987, “Si dice che dietro il nero vi sia la luce”, in cui la scansione di luminosità e di oscurità sembra assestarsi in una configurazione di perfetto equilibrio, grazie all'ultimo pannello che inverte i rapporti tra il chiaro e lo scuro rispetto al pannello iniziale.
Il tema dell'ombra e il tema del sé in alcuni casi si coniugano, come accade ad esempio nella scultura “Introspezione” del 1971, in cui il contrasto tra luce e ombra si traduce nell'opposizione tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza del volto. E così come nei dipinti c'è sempre la luce in fondo al buio, allo stesso modo è vivo nell'artista il desiderio di superare le dicotomie, quello che lui stesso definisce “un anelito alla congiunzione”, a un punto di contatto e di equilibrio tra le diverse coppie di opposizioni. Questo ci conduce a un caso singolarissimo, quello dell'autoritratto per interposta persona: una lacca del 1962 in cui Schiavon ritrae il volto di suo padre. A conferma del motto per cui ogni ritratto è un autoritratto, l'artista sembra proiettare se stesso nell'immagine paterna, sorta di punto di incontro tra la componente del vissuto e la componente del simbolico: il quadro infatti nasce da un fatto reale, impresso indelebilmente nella memoria del pittore, ma lo trascende grazie a quel gesto delle dita congiunte che occupano il primo piano dell'immagine. Questo delicato punto di contatto colloca il quadro, in una linea di collegamento ideale, all'interno di quel piccolo gruppo di lavori caratterizzati da una sorta di tensione attrattiva tra opposti: è il caso di “Incontro” del 1991 (cat. n. 16) e di “Orientamenti” del 1992 (cat. n. 18a), in cui l'equilibrio, esile ed elegante, sembra finalmente possibile.
Tra tutte le coppie dicotomiche che abbiamo individuato fin qui ne manca una, l'ultima e forse la più importante, e cioè la contrapposizione tra intelletto e inconscio: rigido e cartesiano il primo, magico il secondo, aperto al simbolo e al mito.  Essa è identificata con chiarezza dallo stesso Carlo, insieme alla necessità di “accettare ciò che normalmente si rifiuta: la tensione degli opposti che diviene punto di fusione, sutura del mondo percepibile-pensabile (legato all'esperienza quotidiana) con il mondo psichico-spirituale (distaccato dalla realtà più immediata)”[4].
Questa suddivisione spiega la capacità di Carlo di attingere al mondo onirico, come nel caso della scultura a terra dal titolo quanto mai eloquente, “Io sono”, terminata di recente ma iniziata una trentina di anni fa (cat. 51). L'opera, che riporta nel titolo la frase pronunciata da Cristo nel Vangelo di Giovanni, è nata da un sogno in cui Carlo raccoglieva da terra una piccola figurina distesa, completamente fasciata, e cominciava a sbendarla fino a far affiorare l'immagine. Le bende del sogno si sono trasformate, nella versione scultorea, nella pesantezza del piombo. È in questo atto di letterale svelamento che risiedono tutta la forza e il mistero dell'arte di Carlo; e in quei trent'anni di elaborazione dell'opera mi sembra di scorgere la caparbietà di un'anima che non si concede sconti o scorciatoie.


[1] A. Boatto, Narciso infranto. L'autoritratto moderno da Goya a Warhol, Editori Laterza, Roma-Bari 1998, p. 13.
[2] J. Clair, Breve storia dell'arte contemporanea, Skira, Ginevra-Milano 2012, p. 15 (Courte Histoire de l'art moderne, 2011).
[3] A. Boatto, cit., p. 13.
[4] C. Schiavon, Presupposto paradossale, in Sculture di Carlo Schiavon, a cura di G. Segato

Info sull'evento

Ingresso gratuito ma con prenotazione obbligatoria a: biglietteria@barcoteatro.it